Non è un Lavoro per Donne: intervista a Mimosa Campironi in occasione dell’uscita del disco “Real Life” per La Tempesta.
Mimosa Campironi è musicista, compositrice e attrice. La sua ricerca nasce nel punto in cui musica e teatro smettono di essere linguaggi separati: il suono diventa gesto, il corpo diventa strumento e la presenza entra nella composizione.
Campironi studia pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano e recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Fin dall’inizio costruisce un percorso trasversale tra musica, scena e scrittura, alternando l’attività di interprete alla creazione di opere nelle quali il suono agisce come elemento drammaturgico.
Come cantautrice Mimosa pubblica gli album “La Terza Guerra” (2015) e “Hurrah” (2018, La Tempesta Dischi). Con il brano “Fame d’aria” vince nel 2016 la Targa della Critica e il Premio SIAE per la Miglior Musica a Musicultura. “La Terza Guerra” la porta alla candidatura agli MTV Awards come Best New Generation Artist; nello stesso anno riceve in Campidoglio l’Oscar dei Giovani per il suo percorso di attrice e musicista.
Il suo lavoro teatrale è profondamente legato a William Shakespeare. Mimosa Campironi è Giulietta nel “Romeo e Giulietta” diretto da Gigi Proietti al Globe Theatre di Roma, spettacolo per il quale collabora con Proietti alla scrittura del tema musicale; firma inoltre le canzoni originali de La dodicesima notte.
Il cinema è un altro asse del suo percorso: partecipa, tra gli altri, a “Nessuna qualità agli eroi” di Paolo Franchi e “Pecore in erba” di Alberto Caviglia, presentati rispettivamente alla 64ª e alla 72ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Mimosa come autrice attraversa teatro musicale, parola e nuove tecnologie. Nel 2019 debutta in prima assoluta alla Biennale Musica di Venezia con “Trashmedy”, di cui firma concept, libretto e sound design. Nel 2020 compone testo e musica di “Madame Tosca”, opera per voce recitante e pianoforte commissionata dal Macerata Opera Festival in collaborazione con Casa Musicale Sonzogno e interpretata da Laura Morante. Scrive e dirige “Family Game”, testo selezionato dall’Italian and American Playwrights Project 2020/22 e prodotto dal Teatro Metastasio di Prato e 369gradi; il lavoro viene sviluppato come esperienza teatrale in realtà virtuale e diventa successivamente oggetto di una ricerca sull’accessibilità condotta con l’Università IULM.
Negli anni più recenti Mimosa Campironi firma la drammaturgia del suono de “La Storia”, da Elsa Morante, con la regia di Fausto Cabra, e partecipa come attrice e musicista alla tournée italiana di “Brokeback Mountain – A Play with Music”, diretta da Giancarlo Nicoletti, interpretando Alma e suonando armonica e chitarra nella band dal vivo. Nel 2026 porta inoltre in scena “Sbandate (Descarríadas)”, progetto nel quale concerto, memoria e corpo femminile si incontrano.
Lo scorso 16 ottobre è uscito il suo nuovo disco dal titolo “Real Life”, quattordici tracce in cui porta al centro la propria ricerca strumentale: pianoforte preparato, fisarmonica e organo meccanico costruiscono una musica nata nel presente, in relazione con il corpo, lo spazio e le presenze che lo abitano. Un talento raffinato quello di Mimosa Campironi, di quelli rarissimi che attraversano il firmamento artistico italiano.
Questa è stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Mimosa.
Come musica e teatro sono entrati nella tua vita? Qual è il primo ricordo associato a loro?
Mimosa Campironi: “A sei anni chiedevo insistentemente di studiare pianoforte. Mia madre mi disse che prima avrei dovuto imparare a scrivere: cercai di imparare il più in fretta possibile, perché volevo arrivare alla musica.
La mia prima insegnante era Franca Balsaretti, una signora che abitava vicino a noi e insegnava ai bambini del quartiere. Teneva tutta la casa al buio, tranne una luce sullo spartito. Di quella prima lezione ricordo ancora ogni passaggio, potrei ripeterla oggi. Aveva una capacità straordinaria di coinvolgerti: tutto, in quella stanza, invitava a prestare attenzione.
Ripensandoci, è un’immagine che tiene insieme molto del mio lavoro: il suono, lo spazio, la luce, qualcuno che ascolta. Musica e teatro sono diventati due modi di lavorare sulla stessa relazione. Una frase ha un ritmo, una pausa può cambiare una scena. Mi riconosco soprattutto nel momento in cui non devo scegliere tra le due cose”.
Come è stato lavorare con Gigi Proietti?
Mimosa Campironi: “Lavorare con lui mi ha cambiato la vita e il modo di intendere il rapporto con il pubblico. Ricordo come spiegava il funzionamento di una battuta comica: contava i tempi, quasi fossero battute musicali. Ti faceva capire quanto fossero determinanti una pausa, un’attesa, il momento esatto in cui far arrivare una parola. La sua cultura musicale diventava uno strumento concretissimo di lavoro.
Al Globe, portando in scena Shakespeare, questa precisione si accompagnava a un’idea di teatro capace di parlare a persone molto diverse. Da lui ho imparato che anche la cultura più alta può essere popolare. Arrivare a tutti è un’ambizione artistica enorme: richiede conoscenza, rigore e generosità. È una lezione che porto con me anche quando compongo: cercare una forma personale e, insieme, una possibilità d’incontro”.

REAL LIFE è il tuo nuovo lavoro musicale. Da quali esigenze è nato e quali emozioni ci sono finite dentro?
Mimosa Campironi: “REAL LIFE è nato dal desiderio di far entrare nella musica anche la vita che le succede intorno. Lo abbiamo registrato in quattro giorni a casa di Davide Toffolo, a Pordenone: io suonavo e intorno c’erano le voci, la gatta, il fuoco del camino, qualcuno che passava. Tutto poteva suggerire una direzione. Al centro c’è il pianoforte, che suono anche intervenendo direttamente sulle corde e sulla cassa armonica; ci sono poi la fisarmonica e un piccolo organo.
Per raccontare questo processo mi piace parlare di composizione dal vivo. Quando uso la parola improvvisazione, intendo un lavoro in cui la forma si costruisce mentre suono. Ci sono lo studio, la tecnica, la memoria e delle scelte continue: un’idea può tornare, trasformarsi, interrompersi, lasciare spazio a qualcos’altro. Ascolto quello che ho appena fatto e decido come proseguire. Il tempo della composizione coincide con quello dell’esecuzione.
Mi interessa rendere condivisibile anche quel momento: far ascoltare una musica mentre prende forma, con il pensiero e il rischio che questo comporta. Dentro ci sono il gioco, la tenerezza, l’inquietudine, la malinconia. A volte stanno insieme, nello stesso passaggio. È un lavoro strumentale, ma lo sento molto esposto. Dal vivo questa ricerca continua e anche la presenza di chi ascolta entra nelle mie scelte”.
Come è nata la collaborazione con Davide Toffolo?
Mimosa Campironi: “Ci siamo conosciuti attraverso Cinque allegri ragazzi morti, lo spettacolo di Eleonora Pippo tratto dai suoi fumetti. Ero una fan dei Tre Allegri Ragazzi Morti e quando seppi delle audizioni, cercai di partecipare anche se inizialmente non sembrava esserci un ruolo per me.
Alla fine entrai nello spettacolo e mi trovai a suonare con Davide. Ricordo la prima prova in cui mi spiegò come eseguire Il mondo prima, una canzone che fino ad allora avevo cantato continuamente da ascoltatrice.
Da quell’incontro è nato un rapporto artistico duraturo: Davide ha voluto e sostenuto HURRAH, il mio secondo disco, uscito per La Tempesta; poi ho partecipato come autrice e interprete a La tua anima che balla, nell’album Meme K Ultra dei Tre Allegri Ragazzi Morti con i Cor Veleno.
Ci accomuna la possibilità di attraversare linguaggi diversi: nel suo lavoro musica e disegno comunicano continuamente, nel mio accade con musica e teatro. REAL LIFE nasce dentro questa lunga conversazione artistica. L’intuizione di Davide è stata decisiva: senza di lui questo disco non sarebbe nato. I quattro giorni di composizione dal vivo nella sua casa hanno dato una forma concreta a quella fiducia”.
Da donna e da artista, in questi anni ci sono stati episodi che ti hanno ferita umanamente e professionalmente? Se sì, come hai reagito?
Mimosa Campironi: “Sì, e non sempre riesco a separare la ferita professionale da quella umana, perché nel lavoro metto molto di me. Mi è successo di incontrare dei muri, di sentire che certe porte non fossero aperte a tutti e di non riuscire a capire fino in fondo da che cosa dipendesse. A volte ho avuto la sensazione che l’impegno e le capacità non bastassero, ma senza sapere che cosa mancasse davvero.
È una difficoltà che sento molto in Italia: capire come accedere alle occasioni, avere la possibilità di essere ascoltati e valutati per il proprio lavoro. Non pretendo che ogni porta si apra. Ma quando non riesci nemmeno a capire che cosa la tenga chiusa, diventa difficile orientarti: ti sembra di combattere contro i mulini a vento.
Io sono sempre andata avanti. Questo non significa che certe delusioni non mi abbiano ferita, o che basti insistere perché tutto si risolva. Ho continuato a lavorare, ma resta una domanda che riguarda anche chi verrà dopo di noi: quanto spazio lasciamo a chi non ha già una porta aperta?“
In tema di diritti per le professioniste del mondo musicale (cantautrici, autrici, musiciste, attrici, addette ai lavori, ecc.), secondo te quali sono le battaglie da portare avanti nei prossimi anni?
Mimosa Campironi: “Vedo tante artiste che mi entusiasmano: Emma Nolde, Levante, Anna Castiglia. Mi piace ascoltare voci così diverse, riconoscere una scrittura, un’immaginazione, un mondo. È bello vederle prendersi la scena con la forza del loro lavoro. Il talento non ha un sesso: non è maschile né femminile, c’è e basta. Vorrei che fossimo capaci di riconoscerlo senza chiedere a una donna di dimostrare ogni volta qualcosa in più.
Per questo tengo molto alla parola “compositrice”. Dice che quella musica la penso, la scrivo, ne decido la forma. Quando parliamo di paternità delle opere, vorrei che fosse altrettanto naturale riconoscerne la maternità: sapere chi ha avuto un’idea, chi l’ha sviluppata, chi l’ha trasformata in un’opera. È una questione di riconoscimento artistico, ma anche di crediti, compensi e possibilità di decidere. Vorrei più donne anche nei luoghi in cui si scelgono produzioni, investimenti e programmazioni.
Poi c’è la maternità nella vita concreta: servono sostegni economici e un’organizzazione del lavoro che permettano di avere un figlio, fermarsi e riprendere, senza essere considerate un peso o dover rinunciare alla propria carriera.
E vorrei difendere il diritto alla complessità: poter cambiare linguaggio, invecchiare, rischiare, persino sbagliare. Che un’opera poco riuscita di una donna resti un’opera poco riuscita, senza diventare un giudizio sulle capacità di tutte le altre. Essere riconosciute come autrici significa anche avere la libertà di cercare, senza dover essere sempre una dimostrazione“.




